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6 febbraio 2012

Il peso del voto nei concorsi pubblici

Exam

Questo articolo voglio scriverlo in qualità di ex-studentessa della facoltà di Giurisprudenza della Sapienza, la quale come voto finale di laurea ha ottenuto 108 su 110. Ebbene sulle proposte caldeggiate da questo governo inerenti il valore legale della laurea, la questione del voto e sul peso dell’ateneo di provenienza voglio fare alcune considerazioni. Io sono uscita con 108, e ne sono felice. Il mio percorso universitario, che ritengo brillante, si è coronato con questo bel punteggio. Molte volte però non mi è stato possibile fare domanda per borse di studio, concorsi, e bandi in quanto uno dei requisiti per essere ammessi alla selezione era proprio l’aver ottenuto un punteggio di almeno 110 su 110. Questa situazione l’ho accettata, ma non senza qualche perplessità.

È davvero sufficiente un voto di qualche punto superiore a fare la differenza? Ma soprattutto tutti questi 110 e lode in giro, rispecchiano davvero un percorso accademico eccellente? All’ultima ennesima risposta negativa in cui mi è stato negato di partecipare alla prova di concorso in quanto i criteri dell’età (24 anni!) e voto non hanno permesso che fossi ammessa, è esploso tutto il mio nervosismo. E la proposta di questo governo di eliminare il peso del voto nei concorsi pubblici ben interpreta il mio pensiero. Il merito va saggiato sul campo, non si può lasciare che una cosa come il voto condizioni l’accesso ai concorsi pubblici. Il voto, sì rappresenta l’impegno di uno studente, ma rappresenta anche altre caratteristiche variabili. Basta che in cinque anni di carriera accademica, si ottenga un 18 ad un esame, e così il 110 diventa quasi irraggiungibile.

Mi basteranno poche righe per sciogliere gli eventuali dubbi di chi legge sul fatto che il voto non sia un criterio totalmente obiettivo. Nella nostra facoltà il primo anno facciamo 6 esami. Il nostro primo grande scoglio era, è e rimarrà diritto privato. Considerando i differenti professori e differenti programmi, si tratta sempre di 1000 pagine circa, forse sul Torrente qualcosa di meno. A rigor di logica, tanto materiale da trattare all’esame, il quale dura dai 10 ai 30 minuti, porta via molto tempo per essere studiato. Ma non solo. Tanto materiale tutto insieme comporta uno sforzo superiore in termini di organizzazione, di gestione e di concentrazione. Pertanto sostenere un esame di tale portata renderà sicuramente più difficile l’ottenimento di un punteggio alto. Il bello di questo grande sforzo è quello di essere quasi unico. Chi ha avuto occasione di vedere i programmi di diritto privato delle altre facoltà di giurisprudenza  ha potuto rendersi conto di come questa unitarietà del programma sia una nostra peculiarità. In tutte le altre facoltà il programma di diritto privato è diviso, in due parti generalmente. La stessa cosa vale per procedura civile, e diritto commerciale. Ricordo con chiarezza che all’esame di procedura civile, un’assistente proveniente da un’altra università, intervenuta per interrogare noi studenti, si meravigliò quando si accorse che l’esame verteva su tutti e quattro i libri del manuale, senza separazione tra il processo esecutivo e procedimenti speciali rispetto al processo ordinario. Probabilmente a livello didattico, dividere un programma consente una sua migliore assimilazione, e quindi non vuol dire un minor livello di preparazione. Per contro, sono sicura che chi l’ha affrontato nella sua totalità si esponga a un rischio maggiore di errori. Questa è una delle tante ragioni per cui affidare tanto peso al voto è ingiusto e sbagliato. A questo punto mi si potrà obbiettare che avrei potuto tranquillamente iscrivermi presso un’altra facoltà. Ma non l’ho fatto. E continuerò ad esserne felice per una serie di ragioni.

Nonostante la disorganizzazione totale, la confusione, l’elevato numero di studenti, per me è stata una palestra di vita. Ho imparato a districarmi in questa giungla, nei gangli della burocrazia, delle biblioteche. Ho imparato, e solo dopo tanto,  a contenere l’ansia prima di un esame. A gestire montagne di roba da studiare. E queste capacità ora possono solo arricchire il mio curriculum.

Mi rendo conto che non sarebbe nemmeno giusto equiparare i 90 ai 110,  però secondo me non bisogna limitarsi a criticare le nuove proposte del governo senza prima averle analizzate a fondo. La verità è che non si può continuare a fingere che le cose non debbano cambiare. Gli ultimi dati sulla disoccupazione giovanile sono tristemente allarmanti. Per mutarli, bisogna anche partire dall’università. Tante, troppe volte sin dentro il percorso accademico perdurano ingiustizie e favoritismi. Il differente peso degli atenei e l’eliminazione del valore del voto nei concorsi pubblici sono proposte che se perseguite con determinati criteri, potrebbero giovare a valorizzare il talento di chi realmente lo possiede. In questo progetto di riforma si dovrebbero rendere parte attiva i laureati e i laureandi, avviando una concertazione seria e reale con i vertici della politica e delle istituzioni universitarie, in cui le modifiche andrebbero soppesate grazie all’apporto di chi vive sulla propria pelle le tappe salienti della formazione universitaria e post-universitaria.

Infine, vorrei chiosare dicendo a tutti quelli che mi hanno scartata perché non ho ottenuto 110 su 110, che comunque, per il momento un lavoro l’ho trovato, anche con il mio 108.

Gloria Lattanzi

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